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Categoria: Vecchio Blog

Il calcio di Johan Cruijff tra filosofia e politica

Pubblicato il 15 Giugno 201831 Luglio 2018 by Billy Nuzzolillo

Johan Cruijff non è solo il simbolo del “calcio totale” ma anche il personaggio che ha incarnato la filosofia stessa del gioco del calcio e contribuito a cambiare il volto della società olandese.

“Lo amavo, così e semplicemente. E continuo ad amarlo perché non basta morire per non essere più amato. Johan Cruijff si è guadagnato, come un eroe antico, l’immortalità sui campi di calcio”. Esordisce così Giancristiano Desiderio nel capitolo dedicato al calciatore olandese all’interno del libro “La selva. Un tentativo di serenità nel mezzo della tempesta” (Rubettino).  Un testo che si propone di smascherare “l’idea più cretina di tutte: che ci sia un rifugio per ripararsi dalla Tempesta”. Il rifugio che si invoca, spiega Desiderio, è inesistente, fino a quando lo si cerca in un luogo “che non sia la nostra anima”.

E nell’anima del saggista di Sant’Agata dei Goti, tra filosofi e pensatori vari, un posto speciale è riservato proprio all’olandese volante che ha rappresentato al meglio l’essenza del calcio, ovvero il controllo e l’abbandono, “perché se non si può passare la palla non si può giocare”.

Un concetto, del resto, sottolineato più volte dallo stesso Cruijff, secondo cui “il calcio è ricevere la palla e saper passare la palla”, e ripreso da Giancristiano Desiderio: “Un grande giocatore, che sa giocare sia con la palla sia senza la palla (come Falcao), sa prima di tutto cos’è il gioco ossia la condizione nella quale si trova. In campo, nella vita. La definizione di Cruijff  ci dà non solo il calcio ma anche la vita: controllo e abbandono, ecco tutto ciò che conta. I filosofi sono impazziti per cercare una ridefinizione dell’essere che non si lasci ridurre a razionalità strumentale, ma se avessero visto giocare Cruijff e lo avessero ascoltato avrebbero ottenuto prima il loro scopo e si sarebbero divertiti come bambini che giocano a pallone”.

Ma la valenza del personaggio  Johan Cruijff  va ben oltre il calcio e gli aspetti filosofici evidenziati da Desiderio, come dimostra lo scrittore e giornalista inglese David Winner nel libro “Brillant Orange. Il genio nevrotico del calcio olandese” (Minimum Fax).  Agli inizi degli anni Sessanta, infatti, l’Olanda era tra i paesi più arretrati del vecchio continente. “Poi abbiamo vissuto una rivoluzione culturale, politica e sociale, di cui Johan Cruijff è stato il principale esponente, e siamo diventati una delle nazioni più avanzate e progressiste in Europa”, spiega il giornalista Hubert Smeets all’interno del libro di Winner.

Un po’ come John Lennon in Inghilterra, Johan Cruijff  rappresentò una sorta di modello, perché rispecchiava il modo di pensare di un’intera generazione, quella della famosa rivolta dei Provos.  “Fu il primo giocatore a capire di essere un artista e anche il primo che volle e fu in grado di collettivizzare l’arte dello sport – spiega ancora Smeets -. Rese chiaro a tutti che per ottenere qualcosa a livello sportivo si deve combinare individualismo e collettivismo. Che poi, in un certo senso, era la dottrina principale degli anni Sessanta. Tutti gli altri esageravano in un senso o nell’altro. Il collettivismo sfociò nel comunismo e in tutta quell’altra roba sinistrorsa. Molti individualisti si persero in India o in Nepal. Solo Johan Cruijff era in grado di combinare entrambe le tendenze e non ha mai smesso di farlo ”.

Era antisistema ma, paradossalmente, aveva un sistema, basato sull’individualismo creativo che, a sua volta, si inseriva in un calcio che – come sottolinea lo stesso Winner nel suo libro – era caratterizzato da una spiccata predisposizione alla democrazia, “un equilibrio perfetto tra responsabilità collettiva, uguaglianza e individualismo”.

Insomma, Johan Cruijff è stato molto più che il simbolo del “calcio totale”. E’ stato semplicemente il calcio nella sua accezione più completa e rivoluzionaria.

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Cristian Bucchi e la strada per la felicità

Pubblicato il 14 Giugno 201824 Luglio 2019 by Billy Nuzzolillo

Quella maledetta sera il tecnico Gian Piero Ventura l’aveva relegato in panchina, ma lui, mentre si imbarcava a Milano per rientrare a Cagliari, più che all’esclusione di Marassi pensava alla compagna Valentina che stranamente non rispondeva al telefono. Appena atterrato all’aeroporto di Elmas aveva provato nuovamente a contattarla, senza peraltro riuscirvi. Giunto a casa, s’accorse di non avere le chiavi e, dopo aver bussato inutilmente, fu costretto a chiamare i vigili del fuoco per entrare nell’appartamento di viale Poetto. In pochi istanti all’ansia subentrò la disperazione: Valentina Pilla, 24 anni, era seduta sulla poltrona ormai priva di vita. Era stata stroncata da una cardiomiopatia aritmogena, come stabilirà nei giorni successivi l’autopsia. Accanto a lei la piccola Emily.

La forza del carattere

Quella data, il 2 marzo 2003, probabilmente rappresenta uno spartiacque nella vita di Cristian Bucchi, neoallenatore del Benevento, e quello che accadde aiuta a comprendere anche l’origine della sua forza mentale. “Qualcosa in me è cambiato – spiegò un anno dopo la tragedia in un’intervista concessa a Filippo Di Chiara della Gazzetta dello Sport -. Ora sono un uomo maturo che ha affrontato diverse brutte esperienze, si è messo in discussione e ha superato i momenti brutti anche grazie agli amici. Il carattere sicuramente mi ha aiutato, come la famiglia, ma per la tragedia di Valentina ho sentito vicinissimi anche i compagni di squadra”.

Non è una caso, quindi, che Bucchi venga considerato un grande motivatore, un allenatore che prima delle partite ha l’abilità di saper toccare sempre i tasti giusti caricando a mille i giocatori con i propri discorsi.

“Dicono che abbia una gran voglia di ascoltare, di imparare e di crescere – scrisse un anno fa Alberto Trovamala sul sito GianlucaDiMarzio.com -. Maniacale, umile e disponibile. L’organizzazione e la professionalità prima di tutto. Insieme alla fame, un aspetto che ai suoi giocatori non deve mai mancare. Carattere forte, il suo. Ma altrettanto aperto verso i propri giocatori con cui dialoga quotidianamente. Ama instaurare un rapporto vero con loro. La sua arma in più però è il continuo confronto col proprio staff. Si fida ciecamente dei suoi fedelissimi”. A partire dal vice, Mirko Savini, suo compagno di squadra ai tempi del Napoli e oggi responsabile della parte tattica e dell’analisi degli avversari di turno.

All’ombra del Vesuvio

L’esperienza all’ombra del Vesuvio gli è rimasta impressa nel cuore, nonostante non sia stata particolarmente esaltante da un punto di vista del rendimento calcistico. Proprio a Napoli diede il primo bacio a Roberta Leto, che ha poi sposato nel 2009. Come ha raccontato l’ex corteggiatrice di “Uomini e donne” al sito TUTTOC.com, Bucchi la portò all’aeroporto di Napoli, dove aveva affittato un elicottero per recarsi in Costiera Amalfitana: “A Ravello mi chiese di sposarlo. Aveva prenotato un posto tutto per noi, e fece persino scendere la neve artificiale e i fuochi d’artificio, con tanto di proposta in ginocchio. E’ per questo che abbiamo nel cuore quei luoghi, lì ci siamo conosciuti e lì ci siamo sposati”.

Napoli e la Campania nel cuore, dunque. Un motivo in più per accettare al volo la proposta di allenare il Benevento formulatagli nelle scorse settimane dal presidente Oreste Vigorito in una sorta di magico incrocio di destini: sulla panchina degli Stregoni succede all’ex compagno di squadra ai tempi del Napoli, Roberto De Zerbi, che, a sua volta, il prossimo anno allenerà il Sassuolo, ovvero la squadra che lo scorso anno offrì a Bucchi la prima panchina in Serie A.

L’obiettivo

L’obiettivo dichiarato è quello di riportare il Benevento nella massima serie. Impresa peraltro riuscita due anni fa ad un altro ex calciatore del Napoli, Marco Baroni, che nei play off eliminò proprio il Perugia dei miracoli allenato da Cristian Bucchi.

Magici incroci e un altro evidente segno del destino, dunque, che il tecnico romano ha deciso di assecondare perché la strada della felicità, ancora una volta, potrebbe passare per la Campania.

A Benevento nulla è normale, perciò il primo punto in A è frutto di un gol del portiere

Pubblicato il 3 Dicembre 201712 Ottobre 2018 by Billy Nuzzolillo
 A Benevento nulla è calcisticamente normale. La Serie B è stata conquistata per la prima volta a circa 90 anni dalla fondazione e, poi, è bastato un solo anno per approdare addirittura in Serie A. Un doppio salto storico, come storico in negativo è stato purtroppo l’impatto con la massima serie, con la conquista (si fa per dire) del primato europeo delle sconfitte consecutive in campionato.

Come meravigliarsi, quindi, che il gol del primo storico punto in Serie A sia venuto contro il Milan proprio dal colpo di testa vincente, in pieno recupero, del portiere Alberto Brignoli che, come ha candidamente confessato davanti alle telecamere di Sky, ha chiuso gli occhi mentre impattava la sfera per poi riaprirli mentre varcava la soglia dell’immortalità calcistica? Rampulla, il penultimo portiere che era riuscito a farlo (l’ultimo è Taibi), viene infatti tuttora ricordato per aver segnato un gol più che per le parate effettuate nella sua lunga carriera calcistica. Allo stesso modo l’ex estremo difensore del Perugia, tuttora di proprietà della Juventus, con la prodezza odierna si è conquistato un posto nella storia in un’annata che, comunque vada, consegnerà il Benevento negli annali del calcio italiano.

Oggi è anche il giorno della rivincita dei tifosi sanniti, che per mesi hanno sopportato stoicamente tanti sfottò senza mai far mancare il proprio sostegno alla squadra del cuore. È anche il giorno dell’esordio in Serie A di un giovane calciatore sannita, Enrico Brignola, evento non molto ricorrente, ed è soprattutto il giorno della Strega che agguanta il Diavolo proprio in quei minuti finali, che finora erano stati una vera e propria maledizione (vedi le partite con Torino, Cagliari e Sassuolo).

Oggi inizia un nuovo campionato per il Benevento, che difficilmente salverà la categoria ma sicuramente salverà l’onore, nonostante una partenza shock in cui gli unici che si sono dimostrati all’altezza della massima serie sono stati i tifosi.

Da oggi, comunque, è un’altra storia perché la cenerentola della Serie A è tornata a essere una temibile avversaria per chiunque, anche perché il ricordo del Lecce che, già retrocesso, violò l’Olimpico facendo perdere il tricolore alla Roma è un precedente da non sottovalutare.

(da Il Napolista)

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Dopo aver scritto di politica, cronaca ed economia per varie testate giornalistiche (tra cui il Sole 24 Ore, il settimanale Sette del Corriere della Sera, la Voce di Indro Montanelli e il Corriere del Mezzogiorno), da qualche anno sono tornato al primo amore: il gioco del calcio. Attualmente sono anche opinionista di OttoChannel e Radio Napoli Centrale.

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