Girolamo Iacobelli, lo psichiatria sannita caduto sul campo

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I matti non hanno più niente, intorno a loro nessuna città, anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa“. Girolamo Iacobelli, contrariamente ai versi della canzone di Francesco De Gregori, i “matti” li ascoltava.Originario di Cerreto Sannita, cittadina del Beneventano nota per le ceramiche settecentesche, si era laureato in Medicina all’Università Cattolica di Roma. Aveva poi conseguito la specializzazione in Igiene Pubblica a Ferrara. Dopo il tirocinio presso il Centro di igiene mentale di Roma, assieme ad altri colleghi, per lo più meridionali, si era trasferito a Pordenone, dove aveva partecipato alla fase iniziale di attuazione della legge 180, che riformava l’assistenza psichiatrica e chiudeva definitivamente i manicomi. Girolamo Iacobelli era, infatti, un seguace convinto di Franco Basaglia, il padre della legge 180.

Lavorava da circa un decennio come assistente psichiatra presso il Centro di salute mentale dell’Usl 9 di S. Vito a Tagliamento quando, nel pomeriggio del 27 marzo del 1990, arrivò la segnalazione della settantenne Celeste Naressi, preoccupata per l’aggravarsi delle condizioni di salute del figlio, Graziano Selva, da tempo affetto da gravi disturbi psichici.

Nonostante in quel periodo sostituisse il direttore del Cim, Iacobelli non aveva trascurato i suoi pazienti più difficili. Con Graziano, del resto, aveva instaurato un rapporto particolare. Andavano spesso a pranzo insieme. Credeva che, in questo modo, sarebbe stato possibile vincere la sfida con la malattia, perché – pensava – non è vero che “matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato“.

Il medico sannita da tempo si prodigava per “illuminare” l’oscurità che regnava nella mente di Graziano e tentava di convincerlo a curarsi in una struttura protetta, dove lo avrebbero seguito meglio che in famiglia.

Dopo aver lasciato il lavoro al manifestarsi della malattia, Graziano viveva infatti con gli anziani genitori a pochi chilometri da Savorgnano, in un casolare di campagna privo di acqua, luce e telefono, un tempo sede del casello ferroviario di Melmose, lungo la tratta della linea San Vito-Motta di Livenza, da decenni in disuso.

Nessuna abitazione nel raggio di chilometri e binari arrugginiti, dove poter andare “contento al guinzaglio della pazzia, a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia“.

Informato della crisi manifestata dal suo paziente, Iacobelli decise di recarsi a Savorgnano, a bordo della sua Peugeot 104.

Parcheggiata l’autovettura nello spiazzo antistante l’ex casello ferroviario, si diresse verso l’abitazione, dove Graziano era solo. La madre era nel pollaio retrostante, mentre il padre Edoardo, sessantacinquenne pensionato della Rex di Pordenone, stava lavorando nei campi.

Forse per timore di un nuovo ricovero, nella mente di Graziano scattò il raptus omicida: afferrato un coltello da cucina, rincorse il medico, che, nel frattempo, aveva tentato di fuggire. Pochi e concitati istanti e la lama del coltello penetrò con estrema violenza nella schiena del medico, lacerando il polmone e recidendo mortalmente un’arteria.

Terminava così, tragicamente, la breve esistenza di mio cugino Girolamo Iacobelli, martire della psichiatria. Da allora Paolo e Chiara, che avevano rispettivamente sei ed un anno, aspettano ancora il ritorno del loro papà, morto a 41 anni mentre tentava di ascoltare i “matti senza la patente per camminare, i matti tutta la vita, dentro la notte, chiusi a chiave“.


BILLY NUZZOLILLO   (dal Mattino del 28/3/04)

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